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Noci

di Mille Battute

BACKSTAGE

Abbiamo chiesto alle persone come si vive, cosa si pensa, cosa si scrive fissando sempre le stesse 4 mura durante una quarantena. Queste sono le storie che ci hanno raccontato. Ora noi le raccontiamo a voi.

NOCI

Valentina Nicole Savino

“La finestra di camera mia si affaccia su alcuni alberi più o meno rigogliosi, più o meno piacenti.
Gli alberi milanesi a dirla tutta sembrano sempre reduci da un male oscuro, soprattutto certi rametti avvizziti su cui pisciano i cani scavalcando le aiuole; le estremità che trafiggono le pupille con quel mutisme excellent degli occhi dei santi scavati e le radici intrise di escrementi.
Ma devo ammettere, a contare le persone inguaribilmente sane a Milano, di quelle che gioia di vivere solo a colazione, mi basta una mano approssimando per eccesso: inutile quindi prendersela con l’urbanistica e l’interspecismo disatteso.
Arbor hominis martyr, homo hominis martyr, homo dividens, impudice alter.
Forse, l’autocelebrazione rende ciechi, disse un vecchio antenato fogliuto al suo piccolo di quercia dovendo giustificare l’innocenza delle foglie strappate.
Tornando a zona 8, a questo spiazzo verde che si apre sulla mappa della città come facesse harakiri: ecco, non sembrano in fondo così catalettici questi foglie-dotati che per un paio di mesi ho osservato silenziosi, a intervalli regolari, dalla mia stanza.
Hanno sufficienti foglie, abbastanza spazio e colori: a farci una foto vicino viene pure un bel selfie.
Ed è più o meno così che una famiglia di scoiattoli, qualche corvo, un paio di picchi, passerotti e uccelli di cui non conosco il nome (l’ignoranza delle piante e degli animali, ho ormai compreso, è uno dei peggiori peccati. Ma ora è tardi, troppo tardi!) devono essersi domandati quando hanno deciso di venire a stare a qui.
Questi animaletti vivaci c’erano già prima della quarantena, of course, ma in questi mesi i componenti del microcosmo sono aumentati – di soppiatto sono comparse una notte, persino un paio di lepri – i loro giochi si sono fatti più liberi e io mi sono scoperta interessata a quelle intese riflesse.
Ho iniziato a lasciare delle noci, delle molliche, delle arachidi sul davanzale e ai piedi degli alberi, ho cominciato a portare anche un po’ d’acqua e infine ho provato ad avvicinare un paio di loro. Apparentemente ha funzionato: un paio di uccellini sono diventati clienti fissi del mio negozio alimentari improvvisato e hanno iniziato a beccare sul davanzale anche quando non c’era niente, come per ricordarmi l’impegno preso.
Uno di loro una mattina, mentre la finestra era aperta per arieggiare la stanza, è persino entrato dentro sbattendo le ali per un paio di minuti, prima di andarsene indeciso sul senso della sua azione spregiudicata.
Quando ho provato a mettere le noci direttamente sul palmo della mia mano invece non ha mai funzionato: gli uccellini più coraggiosi si avvicinavano ma giunti a pochi centimetri dal succulento bottino, battevano timorosi in dietrofront.
Non saprei dire oggi, dopo due mesi dal sodalizio, se io sia mai stata considerata da questi animali più una macchina sputa-cibo dalle sembianze bizzarre; questo non mi è dato sapere, o sbaglio?
Ma lo sguardo non è mai concavo, e si riempie dell’altra direzione.
Chers démons, vogliate le noci.”

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