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Il viaggio

di Mille Battute

BACKSTAGE

Oggi abbiamo chiesto alle persone come si vive, cosa si pensa, cosa si scrive fissando sempre le stesse 4 mura durante una quarantena. Queste sono le storie che ci hanno raccontato. Ora noi le raccontiamo a voi.

IL VIAGGIO

Maria Pia Bacchielli

Siamo noi stessi il viaggio. Ovunque andiamo, spingendoci ai Poli o oltre l’equatore, siamo noi a intessere i fili e la trama del racconto che andremo a vivere. Dobbiamo ricordarcene in questi giorni in cui siamo costretti a casa. Salgari non si mosse mai da Verona, la sua città natale. Eppure ha regalato ai lettori racconti ineguagliabili di avventure esotiche. Pessoa, scrittore portoghese, diceva che “per viaggiare basta esistere”. Se immagino, vedo. Qualsiasi strada ti porterà in capo al mondo, scriveva. Non occorre varcare confini. E qualche volta, è lo stesso limite a permetterci visioni inaspettate. Come la siepe di Leopardi. Di là di quella, spazi e immensità in una vertigine che spaventa il cuore. E’ l’Infinito, la poesia più celebre al mondo.

Volevo andare a San Salvador, a Buenos Aires, a Il Cairo. E invece eccomi qua chiusa in casa, come tutti. Dalla finestra si apre la mia bella città, Ancona che si adagia attorno a un golfo che non ha eguali e che ha incantato viaggiatori illustri come Goethe padre. Da qui, porta d’Oriente perché è su un promontorio rivolto ad Est, pare sia partito per la Cina ben prima di Marco Polo tale Giobbe d’Ancona. Da qui Ciriaco Pizzecolli, egregio archeologo, prese il largo per i suoi studi sulle antichità greche e romane. E sempre da questo sperone, unico al mondo da cui si può vedere sorgere e tramontare il sole sul mare, Grazioso Benincasa partì per portare le sue conoscenze di cartografo a Genova e Venezia. Una sua mappa pare riportare le coste dell’America prima della sua scoperta.

Ma da questa finestra ho il ricordo di un’altra visione. Quella dei Torricini di Urbino, a me cari perché lì ho ancora la casa dei miei nonni. Costruiti come minareti, anche questi non guardano verso la città ma si orientano all’esterno. Sono il simbolo, amatissimo, di Urbino. Aveva questa visione davanti ogni giorno dalla finestra del suo studio Federico Barocci, detto il Fiori, che mai volle abbandonare la sua città, pur provandoci e ritornandone con un sospetto di avvelenamento causatogli dagli altri pittori invidiosi della sua arte. Lui, tanto famoso da servire il re di Spagna, a Roma non aveva retto. Così, in isolamento volontario per il resto della vita, quei Torricini che gli si stagliavano davanti li dipinse ossessivamente in ogni suo quadro. E fu la sua firma, la sua cifra stilistica. Ci penso in questi giorni. Che il mio viaggiare da questa finestra liberi i miei sogni a venire.

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