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In treno Belgrado-Sarajevo SERBIA 2011

di gaetano
in treno belgrado-sarajevo

In treno Belgrado-Sarajevo
SERBIA 2011

Ed eccola Belgrado, Belgrado di notte. Il piazzale davanti al terminal dell’aeroporto Nikola Tesla, stipato di tassisti abusivi pronti a portarmi in centro città in mezz’ora. Il tragitto è costellato di anonimi blok dell’epoca socialista e di inguardabili e avveniristici palazzi dell’epoca post-socialista. La capitale serba è invasa dalle mille voci dei suoi abitanti, perché Belgrado non dorme mai. Belgrado è diventata una delle capitali globali della vita notturna. I locali abbondano ovunque, nel centro e a Novi Beograd, sulle chiatte sul Danubio e nella via esclusiva di Strahinjića Bana. Caffè, discoteche, musica house, turbofolk, jazz, drum’n’bass.

Belgrado è lo sferragliare dei tram e il monito agghiacciante rappresentato dai due edifici amministrativi bombardati dalla Nato nel 1999. Belgrado è la globalizzazione di Knez Mihailova, l’arteria principale del vecchio quartiere di Stari Grad, una strada pedonale gremita di negozi alla moda, centri commerciali, caffè all’aperto, palazzi liberty e case della vecchia aristocrazia ottocentesca.

Belgrado è il parco della Cittadella di Kalemegdan, con  le bancarelle di ambulanti che, sotto gli alberi, vendono souvenir, icone, foto e ninnoli delle epoche passate, sciarpe della Stella Rossa, borse di cuoio della Seconda guerra mondiale, fotografie del Maresciallo Tito e adesivi con la bandiera dei cetnici, due ossa incrociate e un teschio e lo slogan: “Per il Re e la Patria libertà o morte”.

La passeggiata per la Cittadella prevede una passerella lungo l’interminabile fila di vecchi cannoni, mezzi blindati e artiglieria che divide l’entrata del Museo Militare e la Porta Stambol. Dalle mura più settentrionali della fortezza, sotto la Cittadella, il fiume Sava sfocia nel Danubio. Un amalgama di diverse sfumature di blu. Sull’altra riva una vegetazione lussureggiante e oltre, al di là del ponte di Branko, gli alti profili di tetri palazzoni e di blok ricoperti di insegne pubblicitarie di Novi Beograd.

Poi c’è il quartiere di Dorćol. con viali alberati e caffè eleganti, che ospita la moschea Bayrakli, l’unica sopravvissuta in tutta la città, e Skadarlija, nella parte bassa di Stovi Grad. Skadarlija è una versione balcanica di Montmartre. Una strada acciottolata che ospita atelier di pittori, locali di cabaret, ristoranti con musica dal vivo.

Dalla stazione centrale un treno per Sarajevo. Le due città distano circa duecento chilometri, la vecchia Šargan 8, la ferrovia a vapore a scartamento ridotto che un tempo collegava direttamente Belgrado, Sarajevo e Dubrovnik è stata chiusa nel 1974, perciò per spostarsi in treno bisogna salire a nord, entrare in Croazia, uscire dopo poche ore dalla Croazia per entrare nella Republika Srpska, poi nella Federazione di Bosnia-Erzegovina fino a Sarajevo. Il convoglio è composto da tre vagoni, ferma in ogni località che incontra sul suo cammino (Stara Pazova, Ruma, Sid, Vinkovci, Doboj, Vranduk…), ogni doganiere pone il suo timbro sul passaporto, non ci sono turisti, si avanza con un ritmo d’altri tempi.

Fra i paesi che si incontrano durante il lungo viaggio di quasi dieci ore c’è Modriča, distesa sulla pianura e i campi di grano. Le case intorno alla stazione sono crivellate di colpi, i tetti crollati. Sembra tutto rimasto come durante la guerra. Una signora anziana col fazzoletto sulla testa è seduta fuori da una casa senza intonaco. Cataste di legna al suo fianco. La scritta Modriča in entrata e in uscita dalla stazione crivellata di colpi. Case abbandonate. Se si esclude un nuovo distributore di benzina e una concessionaria meccanica dai muri rosso fiammante, tutto è lasciato andare. Desolazione. Nessuno in giro. Panni stesi ad aspettare che il sole li scolorisca.

Infine Sarajevo, l’aria mite che si respira e la quasi totale ricostruzione, almeno in centro. I cimiteri che si inerpicano bianchi sui colli, i muri crivellati e non ancora stuccati,  l’impalcatura che ancora oggi riveste la Biblioteca Nazionale.

Sarajevo è un microcosmo fatto di tolleranza e ricchezza intellettuale. Sarajevo è la diversità della zona turca, la deliziosa Baščaršija, con i venditori di rame, tappeti, pallottole. L’antica area mercantile oggi centro di commerci e servizi, la Fontana Sebilj con i piccioni, il Bazar con le spezie e i colori.

È odore di carne alla griglia, ragazze velate, stelle che brillano. La ben conservata Casa di Svrzo, la Torre d’entrata di Visegrad, il Tunnel della speranza, la Torre dell’Orologio, il Palazzo delle Poste, il Palazzo del Governo. Sarajevo è il suo fiume e i suoi ponti, i crinali dei monti.

Sarajevo è il turismo mite e discreto, il Tito’s bar, pieno di giovani pronti a trainare la città sempre più lontano dall’orrore che li ha travolti quando erano bambini. Sarajevo è la Chiesa di Sveto Preobraženje, la vecchia sinagoga posizionata nel Velika Avlija, la Cattedrale del Cuore di Cristo, la Moschea di Ali Pasha. Sarajevo è la tolleranza.

 

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