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Anch’io vorrei fare la quarantena

di Mille Battute

BACKSTAGE

Abbiamo chiesto alle persone come si vive, cosa si pensa, cosa si scrive fissando sempre le stesse 4 mura durante una quarantena. Queste sono le storie che ci hanno raccontato. Ora noi le raccontiamo a voi.

ANCH’IO VORREI FARE LA QUARANTENA

Patrizia

“Ho pensato tanto se rendere pubblici questi pensieri che ho scritto, un po’ perché è molto lunga da leggere, un po’ perché è estremamente personale.
Nelle settimane scorse, tanti di voi mi hanno ringraziato per avervi resi partecipi della mia vita in ospedale in questa situazione assurda, tramite i miei pensieri random. Quindi, questo scritto è per chi mi è stato mentalmente vicino, per la mia famiglia, per i miei colleghi, per chi ha trovato una scusa per riavvicinarsi a me e per chi ne ha trovata un’altra per allontanarsi.
Domani inizia questa benedetta Fase 2. Sono sinceramente molto spaventata per la totale mancanza di senso civico della maggior parte della gente che vedo per strada, e spero sinceramente, tra dieci giorni, di non tornare indietro di un mese. Perché il rischio è solo questo: se non rispettiamo poche semplici regole, torneremo indietro.
Poteva andare meglio, è vero, ma poteva andare anche molto peggio.
Sono passati ormai due mesi da quando le nostre vite sono cambiate.
Ricordo bene la riunione del 6 marzo dove ci veniva spiegato come sarebbe cambiato l’ospedale e le vite di tutti coloro che ci lavoravano. Quella mattina ho capito realmente cosa stava capitando. Era solo questione di tempo e saremmo stati travolti.
Dei primi giorni di lockdown invece ho pochi ricordi, ma solo sensazioni. Il fastidio di percorrere strade vuote, l’odore del disinfettante al cloro, a cui mi sono poi abituata, ma che all’inizio mi scatenava un mal di testa incredibile. Il suono delle ambulanze che, pur essendo familiare per lavoro e per anni di CRI, mi faceva venire la pelle d’oca.
Ricordo bene la sensazione di essere all’inferno la sera che ho fatto il turno in DEA. Era il 18 marzo. Le ambulanze arrivavano di continuo e, prima di riuscire a scaricare il paziente, dovevano aspettare diversi minuti in coda, prima di poter accedere alla camera calda. L’unico momento di normalità di quella sera, è stato sentire una delle infermiere dire al telefono alla figlia di preparare un bigliettino per la festa del papà del giorno successivo. Da quella sera, farsi la doccia ha iniziato ad avere un significato diverso. Sempre da quella sera, ho iniziato a prendermi la temperatura ogni giorno e segnarla su un taccuino. Sempre da quella sera ho creato il “percorso sporco” anche a casa: tutto quello che usciva da casa, quando rientrava, andava in lavatrice o su una sedia specifica, senza passare dal resto della casa. Quelle 8 ore in pronto soccorso sono state un pugno in piena faccia, di quelli che ti fanno perdere l’equilibrio, ma per forza di cose non puoi cadere, ma andare avanti.
Nel frattempo non si contano più i positivi tra i colleghi: tutta la direzione medica, moltissimi primari, tutti i centralinisti, qualche infermiere e qualche tecnico. Ogni volta che pensavamo di aver capito come proteggere noi e proteggere i pazienti, veniva fuori qualche nuovo collega malato. Arrivava la Protezione Civile a gestire il centralino. Nonostante i problemi iniziali si riveleranno nelle settimane successive dei preziosi alleati.
Le giornate iniziano ad essere sempre di corsa, tutte uguali e tutte diverse. L’ospedale cambiava di giorno in giorno: ambulatori che diventano reparti Covid, sale operatorie che diventano rianimazioni per pazienti Covid intubati. Nascono percorsi dedicati in un ospedale che non ha spazi adeguati nemmeno in un periodo di normalità.
Come coordinatore vengo destinata prima a gestire il personale che dovrà occuparsi di accompagnare i pazienti pediatrici ed ostetrici dal DEA al rispettivo reparto, poi il personale dei varchi a misurare le temperature a chiunque acceda in ospedale. Creare quei turni voleva dire scontentare tutti e dire tanti, tantissimi, no. Sono stati giorni in cui mi sono sentita sola e inadeguata.
Siamo verso la fine di marzo, i posti letto dedicati ai pazienti positivi diventano circa 80; i DPI scarseggiano, ma mai nessuno è stato lasciato senza.
La domenica mattina, il giorno del cambio dell’ora, c’è stato il terremoto. Ero ancora nel letto, appena sveglia, stanca e spaventata. Ci mancava solo quello.
Nel frattempo abbiamo trovato una nostra routine e una nostra normalità fatta di mascherine chirurgiche e ffp2, di camici idrorepellenti, camici monouso, visiere, di pulizie al cloro, cambio dell’aria ogni due ore e di distanze mantenute rigorosamente e considerarci tutti positivi. È mentalmente molta dura pensare che possiamo essere tutti un pericolo per l’altro.
Nel frattempo arrivava il gel igienizzante della Martini, i camici idrorepellenti con la bandierina italiana di Ermenegildo Zegna, le cappe cinesi e le mascherine coreane e messicane.
Arriva Pasqua, il mio week end di reperibilità, che paradossalmente mi permette di riposarmi un po’. Il giorno successivo capita una cosa strana: dolori muscolari mai avuti, come se mi fosse passato un trattore sopra, con la mascherina faccio fatica a fare le scale e mi manca il fiato. Saturo a 92. Vado a casa velocemente. Il giorno successivo mi dicono che un’ennesima collega, con cui ho avuto molti contatti nei giorni precedenti a Pasqua, è positiva al tampone. Ne ho fatto uno una decina di giorni prima, devo rifarlo. Ammetto di aver pensato “Ok, me lo sono preso. Tocca a me” e l’unico pensiero era stato quello di aver messo in pericolo i colleghi. Le 24 ore prima di fare il tampone e le 24 ore dopo sono state eterne. La stanchezza si stava facendo sentire in tutta la sua forza e per un momento ho pensato “Speriamo di essere positiva, così mi riposo un po’ ”. Invece il tampone è risultato negativo e il sospiro di sollievo è stato davvero enorme.
Per settimane ho fatto orari che non erano i miei: primo turno, secondo turno, turno centrale. Per settimane non ho capito che ora fosse, capivo che giorno fosse solo dal blister della pillola anticoncezionale. Una delle tante sere, arrivo a casa verso mezzanotte, dopo 8 ore in quella maledetta tuta che non ti lascia respirare, parcheggio la macchina, tolgo la giacca e la mascherina. Nel viale di corso Salvemini non c’è nessuno, solo un signore che si sta allontanando con il cane. Scendo dalla macchina e decido di passeggiare per qualche minuto all’aria fresca. Quell’aria che ho sempre dato per scontata e mi scende qualche lacrima.
Oltre che un’emergenza sanitaria, diventa un’emergenza delle emozioni. Siamo tutti stanchi, impauriti e preoccupati per noi stessi e per le nostre famiglie, nonostante molti di noi si siano auto isolati, e gestire i problemi quotidiani è spesso difficilissimo. Chi riesce a mantenere la calma, poi piange. Molti di noi ammettono che la macchina è il posto migliore dove piangere. Per me diventa anche difficile accudire i sentimenti dei miei colleghi, cogliere segni di stanchezza o cedimento e dover rimodulare gli orari di tutti per far riposare qualcuno anche solo per qualche ora.
Ho pianto poco, anche io quasi sempre in macchina e quasi sempre ascoltando la canzone di Facchinetti, soprattutto quando mi capitava di vederne il video. Era come premere un bottone: le immagini di Bergamo, che per forza di cose ha per me un significato diverso (e che con il Covid non c’entra niente) unite alle immagini di personale sanitario di qualsiasi tipo, mi spremeva il cuore e gli occhi. Sono andata in crisi qualche giorno dopo Pasqua, quando le cose iniziavano ad andare un po’ meglio e lo notavo da tante piccole cose. Sono andata in crisi per il futuro prossimo che mi aspetta, una vita lavorativa completamente stravolta nel suo quotidiano e che ci porteremo dietro per chissà quanto tempo. Un futuro lavorativo senza la persona che in questi 60 giorni mi ha supportato più di tutti e che per un amaro scherzo del destino andrà a lavorare altrove. Lui che mi ha fatto ragionare sulla tempesta emotiva di questi giorni; lui che mi ricorda di respirare quando mi arrabbio; lui per il quale i colpi di fulmini esistono anche in amicizia; lui che quando c’è, io sono molto più rilassata; lui che con i suoi capelli scompigliati riesce a farmi sorridere sempre “Ragazzi, su, siate seri”; lui che se solo credesse un po’ più in se stesso, starebbe meglio. Lui che mi continua a far capire che se trattata in un certo modo, sono la persona più buona e fragile che esista.
Ho fatto spesso sogni strani, alcuni ridicoli, che mi facevano ridere (tipo quando ci provavo con un prete, che nel sogno era nudo…), altri che invece mi riportavano alla realtà appena aprivo gli occhi la mattina successiva. Ho sognato la sala dove teniamo tutti i DPI prima della distribuzione, l’ho sognata prima vuota e poi piena. Ho sognato più o meno tutte le persone con cui ho avuto una storia o quelle per le quali ho preso delle cotte, più o meno serie. Ho sognato che chiudevamo il reparto Covid con più posti letto.
Ho pensato tanto alla Norvegia, più che altro per il senso di sicurezza e libertà che mi ha sempre trasmesso e che in questi giorni mi manca come l’aria. Per cercare di non affogare, ho pensato spesso a cosa saranno le mie vacanze estive. Ho organizzato un tour di 14 giorni nel sud della Norvegia, uno tra Trieste, Lubiana e Bled e uno alle Cinque Terre. Quando si potrà, sarà solo da prenotare. Ho pensato a viaggi lontani e diversi tra loro, dalle Maldive alla Patagonia alle Isole Svalbard. Ma poi ho pensato che voglio qualcosa in cui poter arrivare in poche ore e potermi riposare fisicamente e mentalmente, dove ci sia poca gente e poco rumore. Mi piacerebbe andare in quelle fattorie didattiche per dar da mangiare agli asini o raccogliere frutta e fare le marmellate. Mi piacerebbe andarci con una persona che normalmente va sempre dall’altra parte del mondo e che quest’anno non potrà farlo. Ma, emotivamente, non posso permettermi un rifiuto e quindi non gli chiederò nulla. Poi chissà, magari legge queste righe e si riconosce…
Ho sentito vicini, amici lontani e lontani, amici vicini. Chi mi ha supportato e sopportato sa di averlo fatto e si riconoscerà.
Non ho voluto cedere alle polemiche gratuite, tipiche della mentalità italiana, perché non avrebbero portato a nulla. Mi lamento, ma se non porto soluzioni o agisco per vie legali, la polemica non porta a nulla se non a sprecare energie che in questo momento servono per cose più importanti.
Fin da subito ho sempre cercato di trovare qualche lato positivo in tutto ciò che stava capitando, altrimenti, se ne uscivamo vivi, ne uscivamo pazzi. E di lati belli e da ridere ce ne sono tanti: l’aver avuto la possibilità di lavorare con brave persone e ottimi professionisti, aver potuto conoscere persone che finora salutavo solo distrattamente. Ho imparato a dare il giusto valore alle cose, quando chiedo ad un collega come sta, sono realmente interessata alla risposta; così come mi sono venute le lacrime agli occhi nel sapere che una collega (sempre e completamente asintomatica) si è negativizzata al tampone. Ho smesso di lamentarmi per le cazzate.
Ho trovato consolazione nel cibo e nel vino (calmi calmi…non sono diventata né bulimica né alcolista), è diventata solo una coccola in questi infiniti pranzi e cene da sola. A volte ho avuto anche la voglia di fumarmi una sigaretta, ma non avendolo mai fatto, non sarei nemmeno stata in grado di accenderla. Tra le altre cose che mi hanno consolata c’è stata la musica, immensa ed infinita sempre, e i libri. In questi due mesi ho letto 5 libri; non guardando la televisione per non sentire inutili programmi sul Covid, i libri erano i miei compagni migliori prima di dormire o appena sveglia.
Ho anche ripreso in mano il libro di norvegese, l’unica cosa che mi ha fatto capire, non so perché, che ne usciremo…è stata veramente l’unica cosa che è andata oltre.
Da domani mi mancheranno paradossalmente alcune cose: il silenzio di via Guido Reni, svegliarmi con i passerotti sulla ringhiera. Mi mancherà non lavorare più con alcuni colleghi perché piano piano torneremo ognuno al proprio compito. Mi mancheranno le discussioni sulla terrazza della direzione sanitaria con i capi, ma anche con i gatti e il profumo di glicine.
Da domani per tanti di voi, cambierà tutto. Tornerete al vostro lavoro e vi renderete conto di quanto siete fortunati. Per noi sanitari sono stati due mesi duri, durissimi, e di fatto continueremo a fare quello che è stato fatto negli ultimi 60 giorni. Anche per voi che siete stati a casa è stata dura, soprattutto per coloro la cui casa non era abbastanza grande. E anche voi ce l’avete fatta.
Abbiamo fatto tutti dei sacrifici, chi in un modo, chi in un altro, per non vanificare tutto, continuate a mantenere le distanze e usate le mascherine. Vi daranno fastidio in viso, vi daranno fastidio dietro le orecchie, vi terranno caldo, ma dopo un po’ ci si abitua e vedrete che ne usciremo.”

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