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ALBANIA TiranaRev

di Mille Battute

BACKSTAGE

Una storia ambientata a Tirana in Albania.

TiranaRev

Chiara Caruso

Tirana.
Arrivare nella capitale albanese è stata un’impresa. Il pullman delle dieci da Podgorica era pieno. Abbiamo aspettato quello delle tredici. Che poi è partito alle tredici e quaranta. Sarebbe dovuto arrivare prima delle sei ma è giunto a destinazione solo alle otto di sera.
Era un bel pullman. Eravamo ragazzi di tutte le nazionalità.
Il conducente, che parlava solo slavo e non sapeva una parola di inglese, quando ci ha consegnato i passaporti dopo la dogana urlava i nomi dei vari stati: “Mexico, Italia, Poland, Germany, Japan”.
Ho la vescica piccola io. Dopo sei ore ho iniziato a piangere. Non la tenevo più. Ma il conducente slavo non voleva fermarsi. Glielo abbiamo chiesto tre volte ma niente, arrivare a Durazzo era più importante. La mia fidata compagna di viaggio ha sbroccato in italiano. A quanto pare una incazzatura è comprensibile in tutte le lingue. Anche per uno slavo. Si è fermato e tutto il pullman ha fatto pipì alla stazione di servizio della super strada per Durazzo.
Ci sono Conad a profusione. Ascoltiamo (come in Montenegro) Ramazzotti, Pausini, Bocelli. Sembra la mia infanzia.
Tirana è coatta. Ma di un coatto bello, non come Budva. Un coatto che mi piace, genuino. Ci sono negozi con abiti da sposa scintillanti dappertutto. I matrimoni sono come quelli de “Il Boss delle Cerimonie”. Anche le macchine sono coatte, enormi. Ci sono gli hotspot del Wi-Fi che partono dalle Audi. Coatti. Che noi romani “je famo ‘na pippa”.
Sono belli gli albanesi di Tirana. Sono davvero dei fighi. Ci provano senza doppi sensi.
Sono svegli, gentili, educati e maschilisti.
Sono ossessionati dalla coca cola e dalle banane.
Sì, perché qui la coca cola e le banane sono arrivate solo dopo il 1991 e le osannano.
Vogliono entrare in Europa. Anche se dicono che finché non elimineranno la corruzione non ci riusciranno mai.
Ma io faccio il tifo per loro. Anche se non è che in Europa sia tutto fatato. Ma se lo vogliono tanto perché fermare il loro sogno?
Il Free Walking Tour è stato interessante. C’era gente da tutto il mondo. Australiani, francesi, spagnoli. I più lontani venivano da Panama.
Sull’autobus giovane e multietnico, con l’autista slavo che non parlava inglese, nel quale ho sentito i miei reni scoppiare, mi sono sentita grata alla vita. Per far parte di questa comunità di bacati di testa che prende pullman, che è curiosa, che gira con lo zaino in spalla alla ricerca di qualcosa. Chissà cosa.
Del fatto che il razzismo è ignoranza.

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Chiara Caruso

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