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BACKSTAGE

Abbiamo chiesto alle persone come si vive, cosa si pensa, cosa si scrive fissando sempre le stesse 4 mura durante una quarantena. Queste sono le storie che ci hanno raccontato. Ora noi le raccontiamo a voi.

SCADENZA

Milena Di Leo

“Chiudere in casa noi sopra i settanta, confinarci dietro un vetro sperando che dal balcone si affacci qualcuno del palazzo di fronte, o che qualche bimbo rallegri di voci e di giochi un cortile che solo il virus poteva far tornare in vita, o attendere che il merlo a cui hai lasciato una mela rossa torni a farti visita sul balcone, intanto che la Primavera scorre. Seduta su una poltrona o a pedalare su una noiosissima e stupida cyclette con lo sguardo perso sullo schermo televisivo in attesa che gli esperti della vita diano l’insperato benestare per muoversi fuori dalle quattro mura solitarie senza avere ancora capito quanto siano esattamente i duecento metri permessi per l’ora d’aria; tutto questo significherebbe minare la nostra salute psicofisica, il benessere che deriva dall’uscire, dal fare, dal vedere, passeggiare e godere del sole splendente, del verde delle fronde degli alberi perché i fiori, quei bei fiori viola e rosa che riempiono i viali cittadini, già sono sfioriti. Sentire il tepore sulle membra scricchiolanti di quel sole buono per lo spirito e le ossa un po’ sofferenti; altro che proteggerci, in realtà volete proteggere la vostra inadeguatezza, trovare un alibi alla mancanza di strutture, di presidi, così da giustificare gli errori tragici che ne sono conseguiti. Anziani morti in assenza di protezioni, non di cure che non sono mancate, ma anche per avergli sottratto fisicamente gli unici contatti affettivi che gli davano motivo di vivere: figli, nipoti, amici, affetti.
Noi, la generazione che ha costruito un pò di benessere ma che ha pure tante responsabilità rispetto al vostro futuro, noi gli anziani, quelli ancora in salute, ma anche coloro che hanno bisogno di assistenza quotidiana, pur con tutti gli acciacchi che l’età o la poca cura di sé stessi accompagnano nel quotidiano, non siamo merce avariata o in avanzato stato di decomposizione ormai a scadenza.
Proteggerci non significa rinchiuderci e separarci dalla vita, quella fuori per le strade del quartiere, o da un cinema pomeridiano che costa meno, o il circolo degli anziani in fondo alla strada.
Allontanarci dalle stupide o importanti abitudini giornaliere, le uscite dal panettiere ma anche solo per vedere se i gatti sono andati a mangiare dalle ciotoline, o magari riempire quelle ciotoline vuote di crocchini che nessuno ha pensato di rabboccare.

La nostra scadenza lasciatela decidere a noi. Mi torna alla memoria un libro di Umberto Simonetta < I viaggiatori della sera >, se non erro, dove le persone di una certa età venivano accompagnate e per loro si organizzavano viaggi collettivi o di coppia senza ritorno.
Ma il pensiero della reclusione o del distanziamento vale anche per i più piccoli a cui sottrarrete un bene prezioso come il contatto sociale che solo la scuola, le attività sportive, la comunità, possono dare. Quanto costerà loro questa mancanza sulla crescita psicofisica? Come in guerra senza guerra. Ma siete certi di proteggerli e di fare il loro bene allontanandoli dalle abitudini che sono un elemento importante per il loro sviluppo emotivo?
Vi siete posti queste domande? Certo che sì, e l’unica risposta che pare vi siate dati è la sospensione delle attività?
Vi siete confrontati con i pedagoghi, con chi si occupa di scienze umane? Con i pediatri? Gli educatori in generale? Con gli antropologi? Possibile non si trovino alternative alla scuola con 28 alunni per aula, in classi assiepate e brulicanti di vita?
Ma pensare a soluzioni diverse? Progettare una scuola con una visione più ampia, in luoghi differenti dai soliti, temporaneamente ma anche in una visione futura?
E alle persone che stavano facendo percorsi di avvicinamento agli altri, di socializzazione nelle comunità di assistenza per malati psichici? Ci avete pensato? Cosa gli direte?
“Adesso che avete imparato a stare vicini, a comunicare e socializzare, si ritorna indietro,
s e p a r a t e v i.
Non oso pensare a chi se ne dovrà occupare, al dramma professionale oltre che a quello degli assistiti.
Non sono certo io in grado di dare risposte e umilmente e forse codardamente mi sottraggo, ma tutto mi fa pensare che si riconduca all’inadeguatezza dei presidi, alla soppressione di ospedali e di posti letto, ai mancati turn over di personale, alla mancanza di spazi di scuole attrezzate, ma soprattutto di idee.

La carenza di medici e di infermieri mandati a mani nude a combattere un male che si è diffuso ovunque ma che temo una volta assorbito o superato lascerà uno spiraglio sempre aperto perché un altro seguirà. Siamo esseri umani, creature fragili nonostante i nostri deliri di onnipotenza, destinati ad una fine comune! Nascere e morire. Ma voi, siete certi che si voglia tornare alla condizione di vita precedente?
La storia non insegna nulla, e io, non ho soluzioni da proporre ma solo tanti, troppi dubbi. L’unica certezza è che non potrete tenermi lontano dalla vita!”

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